LE STORIE DEL MEDAGLIERE

 

Gazzettino Imperiale Toscano

 

 

Le tribolazioni di un francese in Italia: Antoine-Eustache d’Osmond,

arcivescovo (nominato) di Firenze

 

            Il curioso internauta che volesse consultare su Wikipedia la cronotassi degli arcivescovi fiorentini per scoprire quale presule sedesse sulla cattedra di S. Maria del Fiore negli anni in cui la Toscana faceva parte dell’Impero napoleonico, si troverebbe davanti ad una sorpresa: dopo l’arcivescovo Antonio Martini, morto il 31 dicembre 1809, invece di un nome leggerebbe un semplice “Sede vacante † (1809-1815) e poi un nome non certo toscano, né italiano: Antoine-Eustache d’Osmond (1811-1813), seguito dalle parole “illegittimo”. Chi era dunque questo francese e come mai venne ad occupare illegalmente la cattedra episcopale fiorentina?

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritratto dell'Abate A.-E. d'Osmond di Louis Carrogis Carmontelle.

 

 

Per comprendere i contrasti che portarono alla contestatissima nomina di d’Osmond ad arcivescovo di Firenze occorre tornare al 1801, anno in cui il Primo Console della Repubblica Francese Napoleone Bonaparte e il Papa Pio VII stipularono il concordato che pose fine a un decennio abbondante di crisi della chiesa francese, ristabilendo la pace religiosa in Francia. Fra le varie norme con cui venivano regolati i rapporti fra Chiesa e Stato e ricomposte le fratture dell’epoca rivoluzionaria, vi era quella che stabiliva che per le nomine alle sedi vescovili il governo avrebbe scelto il presule e il pontefice avrebbe dato l’istituzione canonica.  Si sanava così la situazione della chiesa francese, divisa sin dal 1790 fra chiesa “costituzionale”, che aveva cioè giurato sulla Costituzione civile del clero elaborata dalla Assemblea costituente rivoluzionaria, e che era stata dichiarata scismatica da Papa Pio VI, e chiesa “refrattaria”, che aveva invece rifiutato di accettare la Costituzione, in obbedienza al pontefice. La Costituzione civile del clero sganciava il clero francese dalla sottomissione a Roma, prevedendo l’elezione di parroci e vescovi da parte della comunità dei fedeli e la consacrazione dei capi delle diocesi da parte dei vescovi già in carica. Essa traeva i suoi presupposti ecclesiologici dal “gallicanesimo”, una dottrina da tempo diffusa oltralpe, che sosteneva l’indipendenza del clero francese rispetto a Roma, e dal “richerismo”, molto diffuso nel basso clero, che rivendicava una gestione democratica e comunitaria della chiesa. Il concordato firmato il 15 luglio 1801 poneva fine a questa situazione, esigendo la dimissione di tutti i vescovi in carica, refrattari o costituzionali che fossero, così da poter creare un nuovo episcopato sula base delle nuove norme. I vescovi della nuova chiesa concordataria vennero scelti pescando da entrambi i campi, onde pacificare gli animi. Fra i nuovi nominati c’è anche Antoine-Eustache d’Osmond. Di antica famiglia normanna nobilitata nel 1698, era stato consacrato vescovo di Comminges nel 1785, succedendo allo zio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stemma di Mgr d'Osmond, Vescovo di Nancy.

 

Nel 1789 arrivò a Parigi, eletto agli Stati Generali come membro per la Linguadoca. Contrario alla Costituzione civile del clero, era stato costretto ad emigrare, prima in Spagna e poi in Inghilterra. Rientrato in Francia e date le sue dimissioni nel 1801, in osservanza del Concordato, il 9 aprile del 1802 era stato nominato vescovo di Nancy, grazie anche alla sua amicizia con Jean-Étienne Portalis, Ministro dei Culti. Grato al Primo Console per aver ristabilito la religione cattolica in Francia, fu uno dei più fedeli e zelanti vescovi “napoleonisti”, anche quando i rapporti fra Papa e Imperatore cominciarono a guastarsi.

        E che le cose fossero destinate a guastarsi lo si vide molto presto. L’intendimento di Napoleone era di fare della religione un puro strumento di governo, legando parroci e vescovi alla propria autorità per farne dei coadiutori, nello spirituale, della sua politica, anche laddove questa veniva a secolarizzare settori della vita civile (nascite, morti, legislazione matrimoniale) tradizionalmente gestiti dalle istituzioni ecclesiastiche. Per far questo, cercò di attenuare quanto più fosse possibile la dipendenza del clero, e soprattutto dei vescovi dell’Impero, dalle direttive del pontefice romano, anche in materia di organizzazione e disciplina.

         L’allargamento progressivo del dominio diretto francese su gran parte dell’Italia e la concomitante applicazione del Concordato del 1801 in territori che non vi erano originariamente compresi, nonché la politica ecclesiastica sostanzialmente analoga a quella napoleonica portata avanti dagli stati italiani gravitanti nell’orbita francese, preoccupavano sempre più Pio VII. La questione si inaspriva poi anche sul piano politico, perché dopo Austerlitz e la proclamazione del Blocco continentale, Napoleone faceva pressioni sul Papa affinché chiudesse i porti dello Stato Pontificio alle merci dei suoi nemici, minacciando, in caso di rifiuto di farli occupare militarmente. L’Imperatore, nuovo Carlomagno, esigeva l’obbedienza del pontefice in cambio della protezione che garantiva alla chiesa. Ma in Pio VII aveva trovato un avversario di pari caratura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Papa Pio VII e Napoleone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jacques Louis David, ritratto di Pio VII.

 

 

 

 

Stanco dei rifiuti del Papa, Napoleone il 2 febbraio 1808 faceva occupare Roma dalle proprie truppe e successivamente annetteva le Marche al Regno d’Italia. Pio VII rispose rifiutandosi di concedere l’istituzione canonica ai vescovi nominati dall’Imperatore alle diocesi vacanti: il 10 giugno 1808 moriva l’arcivescovo di Parigi de Belloy e la principale chiesa dell’Impero si ritrova senza pastore.

È in questo clima che, all’inizio del 1808, l’ex-Regno d’Etruria viene annesso all’Impero francese. Un clima ulteriormente inasprito dall’annessione degli Stati Pontifici proclamata nel maggio 1809, dalla bolla di scomunica scagliata dal Papa contro i fautori dell’usurpazione fatta ai diritti della S. Sede a giugno, dall’arresto di Pio VII ordinato da Napoleone ed eseguito il 6 luglio e dalla sua deportazione quale prigioniero a Savona e poi a Fontainebleau. E il 31 dicembre, a conclusione di un annus horribilis, moriva l’arcivescovo Martini e anche Firenze diventava sede vacante.

Il governo della diocesi venne assunto allora dal sessantenne vicario generale capitolare Averardo Corboli, fino a che, con una disposizione del 22 ottobre 1810, Napoleone nominò il vescovo di Nancy d’Osmond a nuovo arcivescovo di Firenze. Anche in Toscana il clima dei rapporti stato-chiesa in quell’anno si era notevolmente guastato, per le ingiunzioni imperiali di insegnare la dottrina gallicana nei seminari fiorentini e la risposta negativa del pontefice prigioniero, con il quale i teologi fiorentini intrattenevano una corrispondenza segreta. L’aperta opposizione all’insegnamento dei Quattro Articoli gallicani era già costata al vescovo di Fiesole l’esilio a Parma. Allorché si ingiunse al capitolo della chiesa cattedrale fiorentina di nominare il vescovo d’Osmond nuovo vicario capitolare, al posto di Corboli, i canonici si opposero decisamente, confortati in questo da un breve segreto di Pio VII datato 2 dicembre, nel quale il Papa ribadiva che il capitolo non poteva delegare nuovamente i poteri vicariali e proibiva espressamente al Corboli di dimettersi per far posto al d’Osmond.

Tutto questo fece infuriare la granduchessa Elisa, che, convocato a Pisa il canonico Muzzi, destinatario del breve, e sentitasi rispondere dal fierissimo sacerdote “non voler esso discutere di teologia con le donne”, nonché di non riconoscere in materia di religione altra autorità che il Papa, lo dichiarò ribelle alle leggi dell’Impero, lo radiò dal novero di canonici fiorentini, confiscò la sua prebenda e lo rinchiuse nella fortezza di Portoferraio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pietro Benvenuti, ritratto di Elisa Bonaparte Baciocchi.

 

 

 

Il vescovo d’Osmond, intanto, si era fermato a Piacenza in attesa che si calmassero le acque e potesse entrare a Firenze con tranquillità. Lì ricevette la visita di due canonici fiorentini, che gli mostrarono il breve papale. La cosa non contribuì certo a tranquillizzarlo sugli sviluppi futuri. Napoleone minacciò allora di dissolvere il capitolo fiorentino se a d’Osmond non fossero stati conferiti seduta stante i poteri di vicario generale. Alla fine, dopo una serie di colloqui incrociati tra Elisa, Corboli, il Ministro dei Culti Bigot e Napoleon,e e grazie anche alla mediazione del principe e senatore Tommaso Corsini e di suo fratello Neri, Consigliere di Stato, si addivenne ad una soluzione di compromesso, e Corboli si associò il vescovo di Nancy al governo della diocesi.

Informato della risoluzione delle difficoltà canoniche, d’Omsond arrivava finalmente a Firenze il 7 gennaio 1811. Ma i problemi erano tutt’altro che risolti: la Granduchessa dovette costringere con le minacce la maggior parte dei canonici a rendere omaggio al vescovo di Nancy e nelle celebrazioni in cattedrale solo pochi di loro si fecero vedere accanto al d’Osmond. Frattanto, i deputati che gli avevano notificato a Piacenza il breve del Papa venivano arrestati e rinchiusi a Fenestrelle. Elisa, appoggiandosi ora all’intimidazione, ora alla buona disposizione dell’arciprete fiorentino Antonino De Longo e del canonico Ignazio Paur e alla docilità del Corboli, riuscì a contenere in qualche modo la riottosità del capitolo. Ma l’ostilità al “vescovo intruso” non si limitava al capitolo della cattedrale: la gran parte del clero della diocesi gli era contrario, tanto che in una lettera al Ministro di Culti del 23 marzo 1811 lo stesso d’Osmond riconosceva la paralisi a cui lo condannava l’avversione dei curati, molti dei quali si rifiutavano persino di leggere la sua istruzione per la Quaresima, per tema, leggendola, di accettare implicitamente la sua autorità pastorale. E riconosceva nella stessa lettera che i castighi inflitti ai riottosi, pur giustissimi, non avrebbero fatto altro che allargare ulteriormente il solco che lo separava dal suo gregge.

La stessa ostilità si manifestava ai parroci nominati dal vescovo di Nancy. Il curato Bettini, nominato 1812 alla parrocchia di Rovezzano, si vide recapitare la seguente missiva: “Noi tutti del popolo di S. Michele a Rovezzano venghiamo a significarti, che tu non abbi ardire di venire a prender il possesso della surriferita chiesa, perché noi non vogliamo parochi intrusi, e ci maraviglia moltissimo che tu, che sembravi un santificetur, abbi avuto tanto coraggio da farti investire per la seconda volta da un vescovo scismatico e scomunicato qual è Osso Mondo, vescovo dinanzi,* nominato arcivescovo di dietro; procura adunque di pensar bene ai casi tuoi, e prima di venire al posto, cerca di fare un atto di contrizione perfetta, perché in breve Rovezzano sarà la tua sepoltura. E pieni di disistima ti diamo tutti del porco fottuto.” E allo stesso vescovo i parrocchiani di Rovezzano inviarono una lettera chiamandolo “ladro, birbone, scomunicato, intruso Osso Mondo”. Per insediare il Bettini lo si dovette far accompagnare dal vicario del vescovo, dal comandante della piazza fiorentina e da 12 soldati.

Vi erano quindi anche fra il clero coloro che, per dirla con le parole di un cronista dell’epoca, il canonico fiesolano Traballesi, “prima riguardati come uomini di probità e dottrina, si vedevano poi cedere vilmente alla tentazione, e favorire l’usurpatore, ed entrare a parte dello scisma”. Ma nonostante la buona volontà (o l’interesse) di qualche sacerdote, e l’indubbia volontà conciliatrice di d’Osmond, clero e fedeli erano decisamente opposti al vescovo nominato, tanto che, così come nelle altre diocesi vacanti, la situazione si era fatta insostenibile.

Le sconfitte della fine dell’Impero obbligano Napoleone a cedere: il 21 gennaio dà ordine che si riporti Pio VII a Savona e il 10 marzo di ricondurlo a Roma. Il 30 gennaio 1814 aveva già dato disposizione alla Granduchessa Elisa di far rientrare in Francia il vescovo di Nancy. Antoine-Eustache d’Osmond lasciava così la diocesi di cui aveva assunto controvoglia la direzione tre anni prima. Tornato a Nancy, vi morirà, ancora vescovo, nel 1823. La diocesi fiorentina accoglierà finalmente il suo nuovo arcivescovo Pier Francesco Morali, consacrato a Roma dallo stesso Pio VII, l’11 maggio 1815.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jacques Louis David, ritratto di Pio VII e del Cardinale Caprara.

 

 

   Simone Bonechi

 

 

 

Bibliografia essenziale:

 

  1. Simone Bonechi, La Chiesa toscana di fronte a Napoleone: le diocesi di Firenze e Fiesole, in “Annali della Fondazione Luigi Einaudi”, vol. XXVIII (1994); pp. 359-410.

  2. Jacques-Olivier Boudon, Napoléon et les cultes. Les religions en Europe à l’aube du XIXeme siècle 1800-1815, Paris, Fayard, 2002.

  3. La crise concordataire. Cahtoliques françai et italiens entre Pie VII et Napoléon 1808-1814, sous la direction de Jacques-Olivier Boudon et Rémy Hême de Lacotte; Paris, Collection de l’Institu Napoléon, Editions SPM, 2016.

  4. Edgardo Donati; La Toscana nell’Impero napoleonico. L’imposizione del modello e il processo di integrazione (1807-1809); due tomi; Firenze, Edizioni Polistampa, 2008; vol. I, pp407-591.

  5. Francesco Grazzini, Narrazione intorno alla diocesi fiorentina dalla morte di monsignor arcivescovo Antonio Martini fino alla venuta di monsignor arcivescovo Pier Francesco Morali; Firenze, presso il libraio Manuelli, 1859.

  6. Filippo Traballesi, Ricordi e memorie storiche concernenti il seminario di Fiesole e altri avvenimenti memorabili, dal sacerdote F.T., canonico della chiesa cattedrale di Fiesole, offerte alle attente ricerche di reverendissimi suoi colleghi presenti e futuri (1804-1818), manoscritto conservato nell’Archivio della curia vescovile di Fiesole, XVI, 30.

 

 

 

* Gioco di parole su fatto che d’Osmond fosse vescovo di Nancy.

 

 

 

 

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